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Storia - arrivo della famiglia di S.Annibale M. in Puglia

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Una presenza oggi centenaria

 

Oria, una seconda patria


Il secondo contingente delle orfane partì da Messina il 19 febbraio 1909
diretto a Oria. Dopo la sosta di oltre un mese nell’istituto delle Suore
della carità, la comunità religiosa e le orfane si trasferì definitivamente
al Monastero di San Benedetto. Qui comincia la storia di 100 anni di
presenza e operosità in Puglia.


Le scosse non cessavano di farsi sentire, giorno e notte, nonostante fosse passato un mese dal terribile terremoto del 28 dicembre 1908. La vita non si era per nulla normalizzata. La città di Messina era tutta un ammasso di macerie, una necropoli che nascondeva sotto i calcinacci e le travi di quelle che furono le case della perla dello Stretto migliaia e migliaia di morti.

Annibale Di Francia si era deciso a trasferire le sue opere in Puglia. Il primo gruppo formato da tutti gli orfani e alcuni religiosi Rogazionisti e metà delle orfane con alcune suore Figlie del Divino Zelo erano in Puglia già da una ventina di giorni e avevano trovato accoglienza
nella città di Francavilla Fontana, accolti con entusiasmo dalla popolazione e dalle autorità.

Occorreva ora trasferire quelli che erano rimasti, lasciando a Messina alcuni religiosi e religiose e la madre Nazarena Majone, superiora generale, in vista della ripresa delle attività e della ricostruzione.


Il secondo esodo

Il 19 febbraio 1909 avvenne il secondo esodo che non fu meno doloroso del primo. La suora cronista che, secondo l’indicazione di Padre Annibale, appuntava ogni cosa nel Memoriale dei Divini Benefici, una sorta di diario della Casa, annota che era doloroso il pensare di abbandonare quei sacri luoghi che conservavano le memorie quando gementi e anelanti la vita religiosa in essi avevano trovato asilo! A capo della spedizione c’era nuovamente Padre Annibale e, questa volta, anche la madre Nazarena Majone. La destinazione era Oria, una cittadina a pochi chilometri da Francavilla Fontana, sede della diocesi.

Qui, nel recente passato, il Padre aveva conosciuto Virginia Dell’Aquila una signorina dedita alla vita spirituale e l’aveva visitato nella sua casa. La Dell’Aquila, conosciuta la precaria situazione dell’orfanotrofio femminile e delle suore, gli propose di portarle nel locale monastero di S. Benedetto, una struttura molto grande nel quale abitavano due o tre monache benedettine anziane. Il monastero era situato nei pressi della cattedrale, accanto al castello di Federico II ricco di storiche memorie, di sacri e civili ricordi. Chi poteva disporre dello stabile era il vescovo, ma si trovava sotto la tutela del dott. Barsanofio Enrico, medico di casa Dell’Aquila e intimo della loro famiglia. Nella stessa sua casa fu trattata la possibilità di ottenere in uso i locali disabitati del grande monastero. Fecero la proposta al sindaco, sen. Carissimo, quindi al vescovo, mons. Di Tommaso, che si interessò per avere dalle monache l’assenso. Avuta la loro disponibilità egli destinò gran parte del monastero per le profughe messinesi e fece cominciare i lavori indispensabili di ristrutturazione dal momento che quei locali, disabitati da tanti anni e abbandonati, senza alcuna manutenzione, non erano in grado di accogliere immediatamente la grande comunità. Nel frattempo la Comunità poteva trasferirsi ugualmente a Oria, per essere alloggiata per tutto il tempo necessario per le ristrutturazioni, nei locali vuoti dell’ospedale Martini, affidato alle Suore di Carità, accanto alla chiesa di S. Francesco.

Lo stesso vescovo, qualche giorno prima dell’arrivo delle orfane e delle suore, organizzò per le strade della cittadina federiciana una passeggiata di beneficenza per raccogliere denaro, oggetti, utensili e biancheria per i profughi messinesi.


Pellegrinaggio della speranza

Il viaggio per la Puglia fu più o meno simile a quello di venti giorni prima: stesse vicende, stesse cordiali accoglienze, anzi qualcosa in più. Mons. Di Tommaso fece trovare già alla stazione di Taranto cibo e rinfresco. Anche questa volta le orfane  e le suore furono accolte con generosità dalle Figlie di S. Vincenzo di Paoli, che approntarono il pranzo e l’alloggio per tutte. L’indomani 21 febbraio dopo aver celebrato la S. Messa si partì per Oria col treno, cantando l’inno che Padre Annibale aveva scritto in onore di san Barsanofio protettore di Oria. Alla stazione strapiena di gente, c’era ad attenderli il vescovo, il sindaco, commendator Gennaro Carissimo, e parecchi sacerdoti. Si formò un corteo che si mosse verso la cattedrale. Qui, un giovane sacerdote, don Francesco Conti, li accolse e pronunziò parole commoventi di benvenuto. Il canto delle strofe a san Barsanofio e la benedizione eucaristica chiuse il
momento dell’accoglienza. Come previsto, le suore Figlie della Carità che operavano nell’Ospedale Tommaso Martini, con a capo la superiora suor Amato, si prestarono generosamente ad accogliere orfane e suore e ad alloggiarle nei grandi saloni della loro struttura.


La domenica delle Palme 1909

Dopo circa un mese e mezzo, ultimati i lavori indispensabili, fu fissata la data della domenica delle Palme, 4 aprile 1909, per l’ingresso delle orfane e delle suore nel monastero di san Benedetto. Come al solito, la regia di tutto era di Padre Annibale che essendo poeta di natura e artista raffinato, non si lasciò sfuggire l’occasione per offrire una testimonianza di fede alla gente e infervorare adeguatamente le sue figlie.

Organizzò dall’Ospedale Martini una processione formata dalle orfane e dalle suore, preceduta dalla banda e dalle statue del Cuore di Gesù, l’Immacolata, san Giuseppe, sant’Antonio di Padova che si mosse verso la nuova destinazione, il monastero di san Benedetto, dove fu accolta dal vescovo Antonio Di Tommaso e dalle dame più in vista di Oria. Giunte nella casa, la prima sosta fu nell’artistica chiesa dedicata alla Madonna del Ponte e a Santa Barbara, per salutare il Padrone di casa.

Quindi Padre Annibale pronunziò un bellissimo discorso di occasione nel quale tra l’altro disse: «Oritani, quest’ingresso ha oggi appunto tutto il significato di un avvenimento. Finora queste orfane non avevano che un alloggio precario: oggi entrano nella loro quiete. È oggi il giorno propriamente che segna il termine del loro pellegrinaggio da Messina a Oria, e dell’incominciamento della loro novella vita, alle benefiche cure di questo fertile suolo, ai puri riflessi di questa fulgida perla dell’Otranto. È oggi il giorno che queste figliuole, che hanno perduta una patria, ne acquistano un’altra, e vi si piantano, e l’alberello divelto dalla tempesta qui mette oggi la prima radice, per risorgere dal suo avvizzimento col nuovo vitale umore e produrre a tempo opportuno i suoi frutti. Tutte le città d’Italia, e anche
dell’estero, si commossero dinanzi al disastro di Messina e delle Calabrie, e tutte gareggiarono nell’inviare soccorsi e nel ricevere profughi. Ma voi, Oritani, compite oggi qualche cosa di più positivo. Non sono singoli individui o private famiglie, che voi soccorrete per poi dir loro: “Abbiamo finito di aiutarvi, ora partitevi da noi”; ma sono Istituzioni che voi salvate per il presente e per l’avvenire. Queste giovanette orfane, che voi qui vedete, queste suore che le custodiscono, sono due Istituti: Orfanotrofio Antoniano è l’uno, le Figlie del Divino Zelo del Cuore di Gesù è l’altro. Salvando quest’Orfanotrofio voi salvate non solamente queste orfane che qui vedete, ma molte e molte altre, che nell’avvenire sostituiranno quelle presenti: voi preparate la salvezza delle figlie del vostro popolo, delle
future orfanelle oritane, che troveranno qui sempre un luogo di rifugio, un porto di salute. Salvando l’umile Istituzione delle Figlie del Divino Zelo, voi compite opera altamente religiosa e benefica. Non solo voi assicurate l’esistenza dell’Orfanotrofio, che non può sussistere senza le Suore che lo sostengono e lo avviano, ma voi aprite l’adito a nuove opere
di cristiana civiltà per il bene delle vostre figlie, che da queste Suore e da quante altre ve ne saranno in futuro, riceveranno avviamento alla pietà e al lavoro».

Il trasferimento si concluse col canto del Te Deum e la benedizione del Santissimo Sacramento. Le orfane e le suore, dopo circa 100 giorni dal terribile disastro di Messina, entrarono finalmente in una abitazione stabile e presero possesso della nuova Casa per cominciare una vita regolare nei reparti ad esse destinati. Vi si accedeva attraverso una scala stretta di servizio, dal momento che le monache Benedettine avevano riservato a loro uso esclusivo l’ingresso e la scala principale dell’Istituto. Come era suo solito, Padre Annibale per esprimere la gratitudine al Signore per questa nuova sistemazione, volle che la prima notte fosse dedicata a una veglia a Gesù Sacramentato, onde implorare le benedizioni del Signore. Alla veglia partecipò, invitata da Padre Annibale, come se fosse una persona di famiglia, la signorina Virginia Dell’Aquila insieme con sua sorella.

Per occupare le orfane più grandi, addestrarle e inserirle nel mondo del lavoro, Padre Annibale si procurò una attrezzatura moderna di telai, per la tessitura di biancheria. Essa divenne fonte di guadagno per il sostentamento della Comunità. A capo della Comunità fu messa suor Maria Dorotea Viggiano, nonostante che a tutto provvedesse e presenziasse la superiora generale Madre Nazarena Majone che rimase in Oria fino al 1910.

 

Padre Angelo Sardone rcj

Postulatore generale dei Rogazionisti

 

 
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