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Addio Dr. Emanuele, cristiano fino ...

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Ispiratore di molte esperienze missionarie, dalla parte dei bambini poveri e malati

 

La vigilia di Natale, dopo lunga sofferenza sopportata con coraggio, Emanuele Biandrate di Rovasenda ci ha lasciati. Ha passato il confine tra il visibile e l’invisibile, un confine che ho avuto la sensazione di superare qualche volta negli incontri con lui. Fino a sei anni fa conoscevo appena il suo nome, sapevo da altri di lui, era una persona tra tante sentite nominare, e da riconoscere più come nipote di padre Enrico, un teologo domenicano che ha segnato con discrezione e silenzio più di 70 anni di pensiero della Chiesa, dalla non accettazione del fascismo, al pre-concilio, al papato di  Paolo VI e Giovanni Paolo II. Poi sei anni fa un altro grande amico mi ha fatto conoscere l'iniziativa missionaria di cui Emanuele e vari medici del Gaslini, assieme ad altri amici, avevano iniziato. Conoscere Emanuele, la sua famiglia, la sua "storia", mi ha dato una nuova comprensione di ciò che nel vangelo si chiama “il Regno di Dio”. Gesù si sforza, con le sue parabole, e con il suo comportamento descritto dagli evangelisti, di comunicare agli uomini che cosa Dio abbia in mente come progetto del Suo regno.

Ma la presenza quasi palpabile di questa realtà divina mi è stata rivelata da come alcuni uomini e donne che ho avuto il dono di conoscere hanno vissuto, e messo in pratica, ciascuno con la propria persona e le proprie caratteristiche, l'esempio evangelico. Emanuele è uno, tra quelli che più mi hanno confermato che il Vangelo non è una serie di norme o raccomandazioni impossibili da seguire, ma che invece si tratta del progetto di vita per noi, che solo  il nostro egoismo, la nostra grettezza, la nostra insensibilità, e il rombo di quello che l'evangelista Giovanni chiama il “mondo” riesce a mascherare e coprire. Emanuele era un medico dei bambini,  e alla sua professione dedicava tutto il suo lavoro sempre unito ad una grande sensibilità umana. Il suo impegno ed il suo sacrificio erano rivolti a curare ed assistere, e ciò a scapito della carriera facilitata a chi invece te­neva e sfruttava le apparenze. Lo conobbi come ispiratore con fondatore di una “piccola” iniziativa missionaria, una associazione diretta a sostenere un centro sanitario retto da un ordine di suore “Figlie del Divino Zelo”, in Ruanda. Persi l’occasione di partecipare al primo viaggio che ispirò l’iniziativa, nel 2004. Con un altro medico del Gaslini e con mia moglie andammo per la prima volta per tre settimane su quelli verdi e ripide colline nel centro dell’Africa. L’anno dopo tornammo come “tutor” assieme a due giovane dottoresse e una di esse oggi ha realizzato la sua vocazione di medico missionario in un  paese ancora più povero e abbandonato, il Centroafrica. Un altro “miracolo” un fallimento alla mentalità del “mondo”, per cui una giovane pediatra dovrebbe trovare onore e carriera nella cura dei nostri bambini, invece di cercare di strappare alla morte tanti insignificanti vite africane.

Lo stile, poi dell’associazione, che aveva fondato (e sostenuto principal­mente, assieme e alla sorella, con ì proventi delle sue risaie) era il volontaria­to puro: ogni euro raccolto o donato an­dava alle Missioni; e a opere dirette alla popolazione. Questi fatti e molti altri che non posso descrivere, di cui Emanuele è stato il centro, l’apostolo o il profeta, mi hanno rivelato concreta­mente questo Regno, un granellino di senape, che cresce fino a diventare un grande albero che ripara gli uccelli del cielo. In questi tempi in cui il termine “cristiano” è abusato da tanti. Emanuele è stato un segno di che cosa sia esserlo veramente. Fino in fondo.   L’autore è membro dell’associazione

Membro dell'associazione  “Komera Ruanda”

 

 
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